
Classic Cars | Radici
Testo di Carlo Brema / Foto di Giorgia Rossi
Tutto è diverso con un’auto d’epoca. Sembra quasi di entrare in una dimensione parallela dove i suoni diventano rumori, gli odori profumi e le sensazioni si trasformano in emozioni. Già tenere quella piccola chiave metallica stretta mano ti lascia presagire che non avrai da smanettare con migliaia di pulsanti di fronte a uno schermo ipertecnologico pronto a soddisfare ogni più piccolo vezzo di intrattenimento. Hai comprato il portachiavi e senza neanche rendertene conto hai anche indossato il cappellino con il logo della vettura, quasi come a voler sottolineare quanto l’attaccamento ricopra un ruolo più importante del solito. Nessuna scelta è casuale in questo caso. Una volta aperta la porta del garage, lei è lì. Sembrava quasi ti aspettasse, ma non è detto che nel giro di pochi minuti sarete in strada a scorrazzare liberamente – bisogna prima farla partire.
Ed è proprio qui che un’auto d’epoca ti dimostra come sia meglio utilizzarla sovente, piuttosto che lasciarla a collezionare polvere, pensando che basti eventualmente coprirla con un costoso telo antipolvere per dimostrare quanto le vuoi bene. Quando il motore prende vita si è assaliti da un frastuono privo di qualsiasi tipo di filtro, esce un po’ di fumo dallo scarico, ma è normale. Tieni alto il numero dei giri almeno sinché non reputi di poter lasciare lo starter e mentre chiudi la porta del garage dietro di te, puoi sentirla borbottare, quasi presa nell’eccitazione di andare a fare un bel giro insieme. Quante volte capita di girarle attorno, osservarne le linee così distanti dalle auto moderne, tutte quelle cromature che rappresentano croce e delizia di ogni appassionato, quanto quel gioiello a combustione che lascia qualche goccia d’olio lungo la strada, come fossero briciole di pane pronte a segnare il tragitto odierno. Ed è proprio qui che viene il bello, ovvero la possibilità di guidare senza la necessità di andare in un luogo preciso, il piacere di partire e godersi il fatidico viaggio, magari con il finestrino abbassato così da amplificare il rombo del motore – sì, perché anche se fosse un modesto quattro cilindri, sai bene quanto si farà sentire, alla faccia di tutti i filtri e le limitazioni meccaniche che bisogna sopportare oggi.
Il volante è delicato e lo sterzo è duro da muovere, soprattutto da fermi e mentre il portachiavi colpisce a intermittenza il cruscotto sei concentrato a ingranare le marce tramite la lunga e sottile leva del cambio, giocando con decisione con i tre pedali e cercando di uscire dal traffico cittadino tutto intero per allentare le briglie quando la strada si apre e di fronte a te c’è lo spazio necessario per far urlare il motore come è giusto che sia. Ti sarai anche sporcato le mani di grasso, di olio (quasi sicuramente), il consumo di benzina è decuplicato rispetto a quello di un motore contemporaneo di analoga cubatura, ma ti importa davvero? Il bello sta nel rapporto meccanico tra uomo e macchina, in quel continuo dialogo tra delle lancette tremanti e che non sono mai in grado di darti indicazioni precise, ma ormai ci hai fatto l’abitudine e hai imparato a riconoscere ogni rumore, ogni odore, un po’ come quello di benzina che sfiata inevitabilmente dal cofano motore e ti entra nell’abitacolo. Non basta essere semplici appassionati, il rapporto con un’auto storica è spesso conflittuale e talvolta ti può portare molto vicino al punto di rottura, ma sai benissimo che ogni cosa che si rompe può essere riparata e spesso è ben più semplice di quel che si pensi.
La strada è ancora lunga oggi, così decidi di fare qualche sosta in più e intanto il sole comincia a indebolirsi e dirigersi giù, dietro l’orizzonte. Le luci illuminano sino a pochi metri davanti a te, ma il calar della sera sembra amplificare ulteriormente il borbottio del motore, catapultandoti al centro di una strada deserta e che appartiene al più incontaminato desiderio di libertà. Anche stavolta è andata bene, hai dovuto aprire il cofano soltanto una volta e per un controllo di routine, giusto perché queste vecchiette sono viziate e non possono fare a meno che chiedere tutte le attenzioni del caso. Una volta arrivato a casa, fai manovra e imbocchi l’ingresso principale, direzione garage. Non un garage di quelli malvagi, ma di quelli che servono a tenerla al sicuro, lontana dalla monotonia di certe settimane lavorative e in attesa di un altro giro di quelli che sanno alleggerirti l’animo. Indugi un attimo prima di spegnere il motore, quasi come a prenderti ancora gli ultimi borbottii sbuffati al minimo, giri la chiave e resti qualche altro minuto in un silenzio interrotto da ticchettii e quei tipici rumori che segnano la fine di un’altra giornata straordinaria. Chiudi la portiera, leggera e sempre poco precisa nell’allinearsi agli altri pannelli e dopo qualche ora utile al raffreddamento, torni in garage a mettere la copertina e dare la buonanotte alla piccola anziana di casa. Tutto, ma proprio tutto è diverso con un’auto d’epoca. Tutto è molto più speciale.